Leggere: Io lettrice, tra miseria sociale e nobiltà d’animo

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Ai romanzieri bravi, ai poeti veri e agli artisti che cercano di scansare la finta pace della mediocrità.

PariMatch app scaricare apk La scrittura è vita, ne sono certa.  Qualunque cosa significhi vivere, è chiaro che chi riesce ad emozionare e ad appassionare i lettori ha il suo bagaglio di esperienze o di visioni.  Che si tratti di fiction o di non fiction, vale sempre il principio dell’onestà della scrittura. E per essere onesta, deve sgorgare da occhi curiosi. La tecnica (fluidità, ritmo) si affina, vergata dopo vergata. La lettura, invece, può anche distrarre dalla vita, almeno da quella spiccia, che ha a che fare con il qui e subito soggetto a variabili geografiche, sociali e temporali. Non ho problemi ad ammetterlo: io leggo per evadere, e se evado col fisico, leggo uguale. 

Sono cresciuta in un paese che la crisi economica,  l’irresponsabilità e la corruzione hanno abbrutito negli anni, spegnendone ogni riflesso, ogni tentativo di rialzare la testa.  Il senso di oppressione e di mancanza mi attanagliava già da bambina. Ero certa che me ne sarei andata a gambe levate non appena adulta, ma così non è stato.  Mi sono aggrappata alle storie e lo faccio tutt’oggi.

Ho cominciato a leggerle da piccolina, o meglio ad ascoltarle. Mio nonno, cugino del poeta Alessandro Parronchi, gestiva una cartolibreria. Aveva un mucchio di clienti. Nei vicoli e sul corso lo conoscevano tutti. Io giocavo tra libroni di fiabe e album da colorare. Mia nonna dava il suo contributo alla mia educazione. Mi cantava le canzoni di Claudio Villa e di Massimo Ranieri: mamma vanitose e coppie che si riparavano dalla pioggia sotto i portoni ed arrossivano per il ricordo di un amore già lontano. Questo imprinting narrativo mi ha permesso di collezionare buoni voti a scuola. Dalle elementari sono stata quella dei temi, dei discorsi, delle pagine scritte facile.

 

poloniex Il primo romanzo che ho letto è stato “Piccole donne” di L. M. Alcott. Fu una rivelazione.  Con le storie potevo disperdere la noia di quando finiva la scuola, le tre settimane di mare erano volate e mi angosciava il riverbero del sole alle tre del pomeriggio tra gli interstizi della persiana. Afferravo il libro e del mio limitato circostante restava ben poco.  Da allora per un lungo periodo non ho più smesso di leggere: romanzi, racconti, poesie. Ogni storia, un viaggio.

 

Ora a trent’anni, con un cassetto semiaperto di progetti e di aspirazioni personali (Marina è tardi, è tardi, direbbe il Bianconiglio), i libri continuano a salvarmi.

 

Leggo perché altrimenti sarei una persona più sola e più triste. Messi al riparo i rapporti con le persone, la verità è che intorno a me non ho niente. Leggo perché mi sento ai margini, perché le cose passano e a me interessa la ricerca del senso. Leggo per non morire, più di quanto non mi accada già.

 

Noi che ci volevamo così bene su Unonove

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Lou era convinto che Alice avesse un debole per lui. Indagava ogni volta che ci sentivamo al telefono, o ci incontravamo all’università.
Io mi smascellavo dalle risate.
«Alice? Un debole per te?», e lo prendevo in giro, convinto che la scuffia fosse sua, invece.
Negava. Diceva che Alice era bella, ma per lei non sentiva un interesse speciale. Diceva anche che
Alice gli scriveva. Gli inviava ogni sera un messaggio che non riguardava il corso. Chiedeva come stai, che fai, esci, e altre cose del genere.
Lou non rispondeva, oppure faceva il vago. Era per non accendere illusioni. «Non voglio casini» chiariva.
All’epoca, Alice stava con Gilberto. O meglio stava in crisi con Gilberto. Lei gli chiedeva di vedere gli amici, di viaggiare col fratello, e lui la interrogava sulla qualità del loro rapporto. Alice lo ascoltava, ribatteva, ma non tagliava mai i ponti. Preferiva trascorrere ore ed ore a litigare (a telefono, a cena, nel letto), invece di lasciarlo.
Affari suoi, e difatti ne parlava poco o niente.
Coinmama Frequentavamo Lettere moderne.
Tra una spiegazione e l’altra uscivamo a prendere una boccata d’aria. Chiacchieravamo dei miei tira e molla con Carmen, una ragazza madrilena che viveva vicino casa mia per cinque mesi all’anno, delle ragazze che frequentavo nel tempo restante, di quello che desideravamo per noi.
Alice mi ascoltava sempre. Nessuna aveva la sua pazienza. Stavamo fuori una trentina di minuti, poi rientravamo. Il tempo di una sigaretta o di una bestemmia contro il professore stronzo. Dentro, lei prendeva appunti e io copiavo. Non ho mai capito come facesse a riacciuffare il filo del discorso.

La forma di un ricordo su Piazzaemazza (blog di edizioni Nottetempo)

Gaia e Marco
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Stamattina, contro il freddo, ho indossato il maglione viola che mi hai regalato una sera dell’anno scorso. Quello un po’ largo, tipo mantella. «È per quando andremo sulla neve» dicesti. Da lì a sei giorni saremmo partiti per Chamonix e ti preoccupava che non avessi ancora infilato in borsa un capo adeguato.

Guidasti verso casa mia dall’ufficio. Volevi farmi una sorpresa. Corresti su per le scale, affannato, con il nodo della cravatta allentato e l’orlo della camicia celeste fuori dai pantaloni.

Io ero in pigiama, senza trucco. Dopo una giornata in redazione desideravo solo sprofondare sotto le coperte a leggere Emily Dickinson. Mi paragonavi alle stelle, ai fiori, ma io mi sentivo una falena vicino ad un lampione.

Ti rimproveravo sempre di avvertirmi se ti saltava in mente di passare a trovarmi, ma tu niente, mai una telefonata, mai un messaggio per dirmi «ehi, guarda che sto arrivando». Ridevi della mia aria sorpresa e un po’ indispettita non appena aprivo la porta.  Avevo l’impressione che ti divertissi a piombare da me nei momenti meno opportuni. Una specie di tortura dolce, apposta per farmi arrabbiare.

Anche quella sera ti misi il broncio. Tu, invece, mi riempisti di baci. Scocciata, mi pulii la faccia. Allora tirasti fuori il regalo.

«A te che saresti capace di partire per la neve con una blusa».

Scartai il pacco.

Il maglione viola.

Lo provai subito. Sfilai fino allo specchio, di fronte alla porta del bagno, nell’ingresso. I lembi di lana coprivano a stento il sedere. Mi piaceva come mi stava: il tessuto avvolgeva, evidenziando la curva del seno.

IL RESTO è qui su Piazzaemezza

Anche i timidi hanno le palle

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Avevo sedici anni e i miei compagni di classe mi chiamavano il capo degli utras. Ora, se poteste vedermi, vi domandereste la ragione di un’assimilazione del genere. Il fatto è che ero un’ex timida e non dicevo sì da un pezzo. All’occorrenza rispondevo male finanche agli insegnanti. Non a tutti, però, solo alla professoressa di Lettere che di creatività e introspezione non capiva niente. Piangeva in classe perché la figlia aveva fumato marijuana durante la gita scolastica.

Mi chiamava piccolina, e mi chiedeva continuamente di tagliarmi i capelli. Voleva che la smettessi di improvvisare se parlavo di Leopardi, di Quasimodo o di Saba e che seguissi l’ordine dei paragrafi sul testo scolastico. Io continuavo a interpretare quella vita sepolta, lontana anni luce, eppure già mia.

La professoressa minacciava di appiopparmi un voto più basso.

«Me ne frego che scrivi bene» diceva.

Io per tutta risposta disegnavo il sole sulla bella copia del tema. Testavo la pazienza a colpi di provocazioni e scemenze. La scuola mi aveva dato tanto, e ora che inseguivo il senso della vita, restavo delusa da un’insegnante scialba. Si può insegnare Italiano a degli adolescenti senza un minimo di trasporto? Parlava di Romanticismo come dell’ultima moda. Non la tolleravo questa pochezza. I miei compagni non studiavano affatto, io me la cavavo anche con l’improvvisazione. Fioccavano i bei voti. Conoscevo l’amaro di certi pomeriggi trascorsi a riempire pagine di diario, e quel sapore mi salvava sempre. Bastava sviscerarlo, applicarlo al passato, romanzarlo. Una secchiona furba, ecco cos’ero.

Facevo ridere tutti con la mia faccia di bronzo.

Il corpo docenti del liceo mi mandava a chiamare per scrivere qualche articolo sul giornalino o il discorso per la solita festa della coccarda.

La professoressa di Italiano si arrabbiava.

«Questi discorsi devi farmeli leggere, sia chiaro».

Dovevo obbedire, e le consegnavo i miei fogli verdi. Speravo che il colore acido le avrebbe disturbato la lettura.

Ci infilava sempre le mani in mezzo ai miei pensieri. Stravolgeva le frasi, cambiava le parole. Mi riconsegnava gli appunti e rideva. Ridevo pure io, perché meditavo vendetta.

Nell’attesa, la mattina, non appena in classe, citavo cantanti pop sulla lavagna. Il ritornello più gettonato era “Eccezionale” (Penso che svegliarsi alla mattina sia una cosa eccezionale) di Irene Grandi che nel video appariva una barbona felice. Con addosso gli stracci e il sorriso sulla faccia, rappresentava l’immagine di donna più vicina ai miei desideri. Mi stava tutto stretto: il paese, le lezioni di letterature immutabili, le mille domande a cui non trovavo risposta. Non avevo timore di esternare in pubblico la noia o la contentezza.

Perché la mia insegnante mi considerava mezza pazza?

Questa guerra è durata due anni, fino all’ultima festa della coccarda. Mentre alcuni ragazzi consegnavano una spilla a forma di fiocco ai maturandi, io leggevo il mio sermone, per la prima volta nella versione originale. Guardavo la prof. di Italiano e leggevo.

La grassona si arrabbiò molto, ma doveva imparare che l’espressione è anche libertà.

Non sapevo ancora quanto avesse a che fare con la fortuna e la prostituzione.

 

 

Marcel, il batterista filosofo su Unonove

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Sul far dell’autunno Marcel mi portava vicino al mare. Si accendeva una Marlboro e parlava di Nietzsche. «La voce della bellezza parla a voce bassa» diceva tra un tiro e l’altro di sigaretta. Discettava dell’importanza di salvaguardare la natura, i bei posti. Io lo ascoltavo con la bocca semiaperta e il naso umido per il primo raffreddore. Contemplava il cielo puntellato di stelle e lasciava andare gli occhi tra i riflessi della luna, testimone, come noi, dell’ultimo respiro dell’estate. A Marcel piaceva il mare nelle stagioni di passaggio, quando la maggior parte della gente lo trascura, quasi lo rinnega. Io, invece, il mare ce l’avevo dentro e nei gorghi ci affogavo l’anima. Se non me stavo impalata a rimirare i flutti, seguivo Marcel nei locali dove si esibiva con gli altri del gruppo. Suonava la batteria. Si ispirava al ritmo cardiaco, che è il ritmo della vita.

Il gruppo aveva vinto già tre premi. Era volato pure a Londra, su un palco psichedelico insieme ad altri musicisti in erba. Giovani promesse del rock europeo, avevano scritto i giornali.
Marcel sapeva che mi perdevo nella corrente dei miei umori fugaci. Spaventavo i ragazzi con la mia capacità di ballonzolare tra l’euforia e la noia. Mi davano della complicata. Lui, invece, era sempre pronto a salvarmi. A trascinarmi via, sulla riva, davanti a un confine. Scavalcavamo il muretto che circondava il porto e saltavamo sui frangiflutti. Mi induceva alla contemplazione, mi copriva di storie e io lo ascoltavo per trovare un lenimento. Pendevo dalle sue labbra cremisi.

In principio fu una cartolibreria: storia di una passione

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In principio fu una cartolibreria. Quella di mio nonno, Luigi Parronchi, senese d’orgine e napoletano d’azione, cugino di quel Parronchi, poeta toscano. Parto sempre da qui se mi fermo a riflettere sul mio bisogno di libri. E non solo nel senso di storie, di parole belle, di frasi ben orchestrate e tintinnanti, ma anche di pagine, di caratteri impressi sul bianco, come a inseguire una verità.

Ho ricordi vaghi nei dettagli, ma limpidi nelle impressioni, delle mattine e dei pomeriggi trascorsi in mezzo a sussidiari, a libri di fiabe o favole, a tomi illustrati (conservo ancora “Storia d’Italia a fumetti” di Enzo Biagi, Mondadori), a matite, a penne biro, a quaderni.  Quando ci penso sento l’odore. L’odore freddo della colla che mio nonno usava per rilegare i volumi e quello caldo dei pastelli Giotto, ordinati nella scatola per tinte e sfumature. Ecco, da piccolissima io sono cresciuta in mezzo a tutto questo, con mia nonna alla cassa e i temperamatite a forma di orsetto sul bancone. Io mi intrattenevo sfogliando pagine dedicate agli animali o coloravo gli album. Fino a cinque anni i libri preferivo farmeli leggere (fiabe e favole soprattutto), e il resto del tempo lo dedicavo a disegnare inventando storie.  Qualche anno dopo mi accostai ai fumetti (Poochie e Il giornale dei ragazzi), prendevo confidenza con i pensierini, con i temi e le composizioni poetiche.

libro-in-spiaggia-con-occhiali-da-soleIntanto mio nonno era andato in pensione e io avevo cambiato casa. Ero una bambina piena di paure, la notte non riuscivo a dormire e mi mancava l’aria già a otto anni.  La lettura è arrivata tipo salvagente. D’estate, finita la scuola, in provincia di Napoli, c’era poco da fare. In attesa che mia madre e mio padre andassero in ferie, passavo il tempo davanti alla tivù o dai miei nonni, insieme a mia sorella. Un pomeriggio mia madre mi regalò “Piccole donne” di L.M. Alcott: fu una rivelazione, un mondo che si palesava. Entrai nel libro, ero una delle sorelle, parlavo con loro, mi affezionai a Jo.  Sono seguiti “Piccole donne crescono”, “Pollyanna”, “L’incompreso” “Jane Eyre” “Una ragazza fuori moda”, classici che conservo tutt’oggi.  A dieci anni ho preferito Dacia Maraini, Christiane F. e Andrea De Carlo.  Ci aggiungevo i romanzi che mi assegnavano a scuola e le letture in classe che la professoressa Raiola selezionava con cura per farci appassionare alla poesia, alla letteratura e alla storia. Con me ci è voluto poco. La propensione personale, per retaggio, si è alimentata dei continui spunti scolastici. Interpretavo Leopardi, scrivevo lettere a Giancarlo Siani, sapevo che Puskin aveva scritto “Un colpo di pistola”. A tredici anni il mio bagaglio era più che buono.  Merito di mio nonno, di mia madre, dell’unica insegnante che mi sento di ringraziare. Sono seguiti cinque anni facili. La professoressa, severissima, imperturbabile, del ginnasio stupì tutti quando – dietro ad un tema sul senso delle peregrinazioni di Renzo e Lucia – mi scrisse “vai, marina, siamo tutti con te”.  I miei compagni di classe se lo ricordano ancora quel giorno. Increduli eravamo, e ridevamo con una mano sulla bocca.

Con questo non voglio cantare un talento, no, solo un’attitudine ad interpretare le storie e a raccontarle. I medesimi scenari si sono proposti lungo i tre anni del liceo. Una professoressa mediocre riconosceva la facilità con cui una ragazzina di sedici anni – scapigliata e incazzata – collegava autori, approcci, correnti. Leggeva i miei temi in classe, io mi prendevo gioco della sua grettezza (volevo stimoli, li pretendevo da una professoressa di italiano e latino al liceo classico) e disegnavo il sole sulla brutta copia dei compiti in classe. Lei si arrabbiava e anziché un 9 mi appioppava un 8.  Era più forte di me, campavo di rendita. Sceglievo sempre i temi di letteratura, qualche volta preferivo le tracce di cultura e società. Finivo in tempo, avevo un’ora buona per ricopiare e per scrivere il finale al componimento di qualche mio amico. «Mari mi scrivi il finale?» e mi passava il foglio.

Andavo forte anche in francese. Scrivevo i discorsi per la festa della coccarda, raccontavo il liceo (sogni, delusioni, problemi burocratici) su un giornale locale, imbrattavo il diario di frasi e poesie, e – da che ero una schiappa – iniziai a rimontare in storia dell’arte (espressionismo, impressionismo, parlavo del mio sentire).

Alla maturità presi il massimo solo in italiano: il mio saggio sulla piazza come luogo di incontro nel tempo, passando anche dalla “Piazza grande“ di Dalla, riscosse buone impressioni.

ragazze-stile-vintageUna così che avrebbe fatto dopo? Non sapevo che pesci prendere: la scuola aveva spento la mia curiosità, del greco e del latino non ne potevo più (gli insegnanti del liceo avevano annullato qualsiasi conoscenza ginnasiale). Mi incaponii con la biologia marina. Io che prendevo ripetizioni di matematica, in chimica mi destreggiavo a stento e di fisica conoscevo solo il concetto di leva, volevo studiare biologia marina. Che volete, sono i danni che fanno i cattivi maestri. Gli adolescenti li si deve conquistare, specie quelli esigenti, quelli che ti chiedono di essere diverso, di pensare, di metterci il cuore. La fissa per la biologia è durata poco. Sono piombata nel nulla dell’indecisione, fino alla scelta di frequentare Giurisprudenza, una facoltà umanistica, diversa da Lettere, e che in teoria avrebbe potuto darmi qualche possibilità in più. Ma sono cose che si dicono, la verità è che io non sapevo decidermi, avevo il disgusto per ciò che ero e la curiosità di cucirmi addosso un altro vestito. Ho tentennato con gli esami, poi ho ingranato la marcia giusta: percorso di studi concluso con il massimo dei voti, una lode e la certezza che non avrei voluto fare né l’avvocato né il magistrato. Ancora il vuoto.

Gli anni prima, dai 19 ai 24, avevo smesso di scrivere e di leggere. I libri di diritto risucchiavano gli occhi e poi c’era la vita: gli amici, la strada, gli amori. C’era da imparare a stare al mondo. Oltre lo studio, non c’era più spazio per la scrittura e nemmeno per la lettura. Solo sport e spasso. Eppure, tutti i cerchi si chiudono prima o poi. A 25 anni ha preso a mancarmi qualcosa. Con i nuovi amici (coetanei con cui mi sono divertita tanto) discettavo di cinema, di rock, di politica. Qualcuno di loro leggeva, apriva un blog. Io mi sono incuriosita, mi interessava dire la mia. Uno del gruppo si era fissato che scrivevo bene. “Tu devi scrivere, sei ispirata” diceva. Volli credergli. Ho ripreso a scrivere (articoli, post, racconti) e da allora non ho più smesso. Ripresi anche a leggere: due libri al mese, poi tre al mese, quindi due libri insieme a settimana. Letteratura, poesia, canzone d’autore, saggistica. Avevo di nuovo fame di vita, mi ero ritrovata: sempre io, con una penna in una mano e un romanzo nell’altra.

 

 

 

I miei post su C’è vita su Marte, portale collettivo

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Chi viene a trovarmi su questo blog sappia che in questo periodo sto scrivendo per C’è vita su Marte (www.cevitasumarte.it)

Mi occupo per lo più di libri e scrittura, ma non mancano pezzi di costume e società.

Basta cliccare qui per leggerne alcuni.

 

Ilaria e Ada

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Non so come facevamo ad andare d’accordo. Ada non usciva mai con i capelli in disordine, si curava di abbinare perfettamente il colore della borsa a quello delle scarpe e non mancava mai un appuntamento con la sua estetista. Io, invece, avevo una predilezione per il vintage, benché mia madre non facesse che esprimermi il suo disappunto.

«Ila, ma quando ti deciderai a buttare via questi stracci?» diceva.

Comunque a me non importava granché. Era il mio modo di essere. I modelli in giro erano alquanto standard: jeans o minigonne, stivali o ballerine, borse micro o, al contrario, enormi. Io amavo i vestitini anni Cinquanta, i pantaloni a zampa dei Settanta e le borse a tracolla di pelle. E mi vestivo sempre in fretta.

Marco e Seba

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A Marco e Seba raccontavo tutto: come stavo, che studiavo, che libro stavo leggendo o quale film mi sarebbe piaciuto vedere. Solo di Andrea non dicevo nulla. Preferivo risparmiare loro particolari che avrebbero trovato stucchevoli. Credevano che me la spassassi, anche se io di ragazze che se la spassavano ne conoscevo pochine. Più che altro si lambiccavano il cervello con i soliti chissà se mi pensa, mi pare mi abbia guardata e così via. Per i maschi era diverso. Le ragazze entravano e uscivano dalle loro stanze immaginarie. Con qualcuna ci stavano insieme, crescevano un po’ e poi ciao, con o senza postumi. Se si innamoravano però sparivano e si impegnavano a preservare quel nuovo riflesso del cuore da qualsiasi pettegolezzo.

(Questo è un estratto da un racconto che sto scrivendo)

Polvere di stelle

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Non dovrei chiedere altro più del tuo cuore.

Se c’è una vita che vale la pena vivere, è con te,

in un luogo tinto di blu,

in una casa che non c’è

dove saremmo liberi di sentirci noi.

Non dovrei chiedere altro

se ho tra le mani le fila di questi anni scanzonati,

i tuoi occhi brillanti,

la miccia dei tuoi slanci.

Non dovrei chiedere altro se m’attraversi con un gesto,

se mi fa tremare la tua voce.

Non dovrei chiedere altro se respiro amore,

se bevo ogni notte dal tuo petto.

Chiedo solo un pianeta disperso dove amarti meglio,

un luogo fatto di sogno.

T’abbraccio forte anche stanotte,

davanti allo stesso mare.

E ti consegno lo stesso segreto.

Ti amo, e dimmi tu se c’è qualcosa che vale di più.